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Vedolizumab appare più efficace nella colite ulcerosa e meno nella malattia di Crohn


Vedolizumab ( Entyvio ) è un anticorpo monoclonale umanizzato che inibisce l'adesione e la migrazione dei leucociti nel tratto gastrointestinale impedendo alla subunità della integrina alfa4beta7 di legarsi a MAdCAM-1 ( mucosal adressin cell adhesion molecule-1 ).
Vedolizumab è stato sviluppato come trattamento per i pazienti con forma moderata-grave di colite ulcerosa o di malattia di Crohn, non-responder ad almeno una terapia convenzionale, compreso gli antagonisti del fattore di necrosi tumorale ( TNF ).

Nel dicembre 2013, due Advisory Committee della FDA ( Food and Drug Administration ) avevano dato parere favorevole all’approvazione di Vedolizumab per il trattamento di entrambi i tipi di malattia infiammatoria intestinale.

Per il suo meccanismo d’azione esiste un timore, teorico, che Vedolizumab possa causare la leucoencefalopatia multifocale progressiva ( PML ), una infezione cerebrale ad esito potenzialmente fatale.

Il poliomavirus JC, il fattore causale della leucoencefalopatia multifocale progressiva, è presente in circa il 70% della popolazione, ma si rivela dannoso solo nei pazienti immunodepressi o in quelli sottoposti a terapia con farmaci biologici come Natalizumab ( Tysabri ).

Natalizumab ha come target molecole di adesione a livello della barriera emato-encefalica e dell'intestino.
Vedolizumab è più selettivo di Natalizumab. Poiché MAdCAM-1 è preferenzialmente espresso sui vasi sanguigni del tratto intestinale, Vedolizumab è teoricamente più intestino-specifico e ha proprietà immunosoppressive più mirate.

Il tasso complessivo di casi di leucoencefalopatia multifocale progressiva nei pazienti trattati con Natalizumab è di circa 1.16 per 1.000 pazienti.
Quasi 3.000 pazienti sono stati trattati con Vedolizumab in studi di fase III con nessun caso segnalato di PML.

I risultati degli studi, GEMINI I ( uno studio di induzione e di mantenimento, controllato con placebo, in pazienti con colite ulcerosa ) e GEMINI II ( uno studio simile in pazienti con malattia di Crohn ), sono stati pubblicati nel 2013, sul The New England Journal of Medicine ( NEJM ).

Lo studio GEMINI I ha mostrato che Vedolizumab ha incontrato gli endpoint primari di miglioramento della risposta clinica a 6 settimane e di remissione clinica a 52 settimane.
Un numero statisticamente significativo di pazienti affetti da colite ulcerosa ha anche mostrato guarigione della mucosa ( sottopunteggio endoscopico Mayo di 0 o 1 ) rispetto al placebo.

In GEMINI II, i pazienti trattati con Vedolizumab con malattia di Crohn attiva avevano più probabilità di raggiungere la remissione, ma non una risposta CDAI-100 ( Crohn Disease Activity Index ) alla settimana 6, e più probabilità di essere in remissione alla settimana 52 rispetto ai pazienti trattati con placebo.
Gli eventi avversi, tra cui rinofaringite, erano più comuni rispetto ai pazienti nel gruppo placebo o con colite ulcerosa.

Il futuro di Vedolizumab

Secondo Edward V. Loftus della Mayo Clinic nel Minnesota, i dati sollevano diverse questioni.
Vedolizumab ha incontrato il suo endpoint primario per la malattia di Crohn, ma non tutti gli endpoint secondari sono stati raggiunti.
I dati di induzione non sono così robusti come i dati di mantenimento, e questo è anche vero per Natalizumab. E’quindi possibile che questi farmaci, i bloccanti del traffico linfocitario, abbiano un inizio di azione più lento nella malattia di Crohn.
Il rapporto efficacia-sicurezza, inoltre, può anche non essere così buono per la malattia di Crohn a differenza della colite ulcerosa.
La presunta selettività intestinale del farmaco può anche rendere i pazienti più suscettibili alle infezioni gastrointestinali.
C'è un piccolo segnale che indica un aumentato rischio di infezione da Clostridum difficile in questi pazienti, ma la grandezza di questo fenomeno non è per ora ben definita. ( Xagena2013 )

Fonte: Mayo Clinic, 2013

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